ALPI RETICHE ROSSO IGT 2024 - BARBACÀN
Abbinamenti, Perfetto con pizzoccheri, salumi di montagna, carni bianche arrosto, funghi e formaggi alpini.
Alcol, 12,5%
Annata, 2024
Denominazione, Alpi Retiche IGT
Filosofia, Biologico
Formato, 0.75 L
Giudizio 3k, 9/10
Regione, Lombardia (Italia)
Temperatura di servizio, 16/18°
Vitigni, Chiavennasca e altre uve locali
NOTE SENSORIALI:
L’Alpi Retiche Rosso IGT di Barbacàn si presenta con un colore rosso rubino luminoso e trasparente, tipico dei vini di montagna più autentici. Al naso è fragrante, minerale e profondamente territoriale, con profumi di piccoli frutti rossi, melograno, erbe alpine e leggere sfumature speziate e ferrose che richiamano la roccia e i suoli valtellinesi. Al palato è agile, fresco e scorrevole, con tannini sottili e una vibrante sapidità che accompagna il sorso. La componente minerale emerge con decisione, donando profondità e un finale elegante, teso e persistente.
CURIOSITÁ:
Questo vino nasce dalla cantina Barbacàn a San Giacomo di Teglio, in una delle aree più alte e spettacolari della Valtellina, dove la viticoltura viene definita eroica per via dei ripidi terrazzamenti sostenuti da muretti a secco. La base è Chiavennasca, nome locale del Nebbiolo, affiancata da rare varietà autoctone valtellinesi come Rossola, Rossolino Rosa, Pignola, Brugnola e Negrera. Le lavorazioni sono biologiche e manuali, mentre in cantina si adottano pratiche tradizionali e poco interventiste per preservare al massimo il carattere minerale e montano del territorio.
Barbacàn +
Barbacàn è una piccola realtà familiare della Valtellina, con sede a San Giacomo di Teglio, nel cuore di uno dei paesaggi viticoli più spettacolari e difficili d’Italia. Dietro il progetto ci sono Angelo Sega e i figli Luca e Matteo, una famiglia che ha scelto di continuare a coltivare la montagna seguendo una tradizione tramandata da generazioni e trasformando la viticoltura in un vero lavoro di tutela del territorio. Il nome Barbacàn nasce dall’antico soprannome della famiglia Sega e racconta immediatamente quanto questo progetto sia legato alle proprie origini. La famiglia coltiva la vite da molto prima della nascita dell’attuale cantina, ma è soprattutto con la nuova generazione che il patrimonio viticolo viene progressivamente recuperato e valorizzato. Luca e Matteo, insieme al padre Angelo, iniziano a riportare in vita anche piccole parcelle che rischiavano l’abbandono, fino ad arrivare alle prime bottiglie commercializzate con il nome Barbacàn nel 2011. Il cuore della proprietà si trova nella Valgella, una delle cinque sottozone storiche del Valtellina Superiore. Qui parlare di vigneto significa parlare di montagna: pendii ripidissimi modellati nel corso dei secoli attraverso terrazzamenti sostenuti da muri a secco, minuscole porzioni di terreno strappate alla roccia e un'agricoltura nella quale quasi tutto deve essere ancora realizzato manualmente. È la vera essenza della cosiddetta viticoltura eroica. Le vigne sono distribuite su differenti altitudini ed esposizioni e la meccanizzazione è estremamente limitata. Potatura, gestione delle piante, manutenzione dei terrazzamenti e vendemmia richiedono una quantità di lavoro enorme rispetto alla viticoltura di pianura. Ogni bottiglia nasce quindi anche dalla volontà di continuare a mantenere vivo un paesaggio costruito dall'uomo nel corso di centinaia di anni. La protagonista assoluta è la Chiavennasca, il nome con cui il Nebbiolo viene chiamato in Valtellina. Sulle Alpi questa grande varietà piemontese assume un carattere completamente differente: altitudine, esposizioni, escursioni termiche e terreni poveri e rocciosi contribuiscono a creare un'espressione particolarmente sottile e territoriale del vitigno. Ma Barbacàn non guarda soltanto alla Chiavennasca. Nei vecchi vigneti sopravvivono anche antiche varietà locali, testimonianza di una viticoltura precedente alla progressiva specializzazione varietale. La famiglia cerca di conservarle come parte integrante della biodiversità e della memoria agricola valtellinese. Il lavoro di Angelo, Luca e Matteo Sega parte dalla convinzione che ogni parcella possieda una propria identità. Per questo le vigne non vengono considerate semplicemente come un insieme indistinto, ma osservate e interpretate individualmente. Altitudine, esposizione, composizione del terreno e andamento dell'annata diventano elementi fondamentali del lavoro. La conduzione agricola segue un approccio naturale e poco interventista, cercando di preservare la vitalità dei terreni e l'equilibrio delle piante. Barbacàn non cerca di eliminare le differenze tra una vendemmia e l'altra: caldo, pioggia, vento e andamento stagionale devono poter lasciare la propria impronta. La stessa filosofia prosegue in cantina. Le fermentazioni spontanee e un intervento enologico ridotto hanno l'obiettivo di accompagnare la materia prima senza costruirne artificialmente il carattere. Anche la scelta dei contenitori viene effettuata in funzione delle singole vinificazioni, mantenendo sempre al centro l'espressione della Chiavennasca e della montagna. Dietro Barbacàn rimane soprattutto una bellissima storia di continuità familiare. Angelo rappresenta l'esperienza e la memoria agricola maturata attraverso una vita trascorsa tra queste vigne; Luca e Matteo hanno raccolto questo patrimonio scegliendo non soltanto di conservarlo, ma di dargli una nuova prospettiva. Il loro lavoro assume così un valore che va oltre la produzione vinicola. Recuperare una vecchia vigna in Valtellina significa salvare un terrazzamento, mantenere un muro a secco, preservare una varietà antica e impedire che un pezzo di montagna venga abbandonato. In un territorio tanto difficile, continuare a coltivare è già una scelta culturale. Barbacàn rappresenta quindi una delle realtà più autentiche della Valtellina contemporanea: una famiglia, piccole parcelle di montagna e una viticoltura che richiede fatica, pazienza e una conoscenza profondissima del territorio. Angelo, Luca e Matteo Sega custodiscono una Valtellina fatta di roccia, vecchie vigne, muretti a secco e Chiavennasca. Barbacàn nasce proprio da questo legame: non soltanto produrre vino, ma continuare a dare vita a una montagna che senza il lavoro dell'uomo rischierebbe lentamente di scomparire.