VINO ROSSO "LASÚ" 2024 - MURAJE
Abbinamenti, La leggerezza, la freschezza e il tannino sottile del Lasú 2024 lo rendono un rosso estremamente gastronomico, da utilizzare con molta più libertà rispetto a un Nebbiolo strutturato. È perfetto con salumi, battuta di Fassona, vitello tonnato e antipasti piemontesi, ma accompagna magnificamente anche agnolotti, tajarin, risotti ai funghi e primi piatti a base di verdure. La sua anima alpina trova un incontro particolarmente naturale con polenta, funghi porcini, carni bianche, coniglio e preparazioni semplici alla brace, mentre la componente sapida permette di abbinarlo alle tome di montagna e ai formaggi di media stagionatura.
Alcol, 13,5%
Annata, 2024
Denominazione, Carema DOC
Filosofia, Tradizionale
Formato, 0.75 L
Giudizio 3k, 10/10
Regione, Piemonte (Italia)
Temperatura di servizio, 16/18°
Vitigni, Nebbiolo Picotendro 60%, Neyret, Ner d’Ala e Pugnet 40%
NOTE SENSORIALI:
Il Lasú 2024 di Muraje è il volto più immediato e scorrevole della viticoltura eroica di Carema, un rosso alpino che mette insieme il Nebbiolo e alcune delle antiche varietà locali ancora presenti nei vecchi vigneti terrazzati del territorio. Federico e Deborah Santini lo interpretano senza cercare concentrazione, lasciando emergere soprattutto freschezza, trasparenza e quella particolare tensione minerale che caratterizza i vini nati sulle ripide montagne al confine con la Valle d’Aosta. Nel calice si presenta con un rosso rubino luminoso e delicatamente trasparente. Il naso è sottile e molto fragrante: fragolina di bosco, ribes, lampone e ciliegia fresca incontrano piccoli fiori di montagna, erbe alpine, pepe e leggere sfumature balsamiche che ricordano eucalipto e resina. In bocca è agile e succoso, con appena 11,5% vol. e una freschezza vibrante che accompagna l’intero sorso. Il Nebbiolo porta tensione e una trama tannica sottile, mentre le varietà locali ne ammorbidiscono il carattere e amplificano la componente fruttata e speziata. La chiusura è sapida, fresca e sorprendentemente persistente, con un carattere quasi roccioso che richiama immediatamente il paesaggio di Carema. Un rosso leggero nella struttura ma tutt’altro che semplice, capace di concentrare in una bevuta estremamente naturale tutta l’identità di una viticoltura di montagna.
CURIOSITÁ:
Lasú 2024 nasce indicativamente da 60% Nebbiolo, nella sua espressione locale Picotendro, e per il restante 40% da un insieme di antiche varietà diffuse tra Canavese e area prealpina, tra cui Neyret, Ner d’Ala e Pugnet. Le uve provengono dalle numerose minuscole parcelle che Federico e Deborah Santini recuperano e coltivano nell’anfiteatro di Carema, tra circa 300 e 600 metri di altitudine. Molte vigne hanno intorno ai 50 anni e sono ancora allevate con la tradizionale pergola caremese, localmente chiamata topia, sui secolari terrazzamenti sorretti da muri a secco che rendono praticamente impossibile qualsiasi meccanizzazione. I suoli sono poveri, sabbiosi e limosi, di origine morenica, e tutto il lavoro viene svolto manualmente, dalla gestione delle pergole fino alla vendemmia. In cantina le uve vengono diraspate e la fermentazione parte spontaneamente grazie ai lieviti indigeni, con follature manuali e una lunga permanenza sulle bucce. Dopo la malolattica il vino prosegue la propria maturazione utilizzando legni già esausti, tra tonneaux e barrique, senza cercare alcuna impronta aromatica del rovere. Anche il nome racconta direttamente Carema: il lasú è uno degli elementi in legno che compongono la complessa struttura della pergola tradizionale, una scelta che lega la bottiglia all’architettura stessa dei vigneti. Muraje, del resto, significa nel dialetto locale proprio “muri”, in riferimento alle imponenti murature in pietra che sostengono i terrazzamenti. È un progetto minuscolo nato nel 2016 dalla volontà di Federico e Deborah di recuperare vigne vecchie e parcelle abbandonate, contribuendo concretamente alla conservazione di un paesaggio viticolo unico.
Muraje +

Muraje è una piccolissima azienda agricola di Carema, nell’estremo nord del Piemonte, fondata nel 2016 da Federico e Deborah Santini con l’obiettivo di recuperare e custodire uno dei paesaggi viticoli più estremi e fragili d’Italia. Il nome deriva direttamente dal dialetto caremese: i “muraje” sono i grandi muri a secco che sostengono i terrazzamenti dell’anfiteatro naturale di Carema, strutture costruite nei secoli per rendere coltivabili pendii che altrimenti sarebbero praticamente impossibili da lavorare. La loro manutenzione è parte integrante del lavoro del vignaiolo e rappresenta perfettamente la filosofia della cantina: produrre vino significa prima di tutto preservare un patrimonio agricolo che rischierebbe di scomparire. Federico e Deborah hanno iniziato recuperando vecchie parcelle abbandonate o difficili da lavorare e sono arrivati a circa 1,3-1,5 ettari complessivi, frammentati in numerosi minuscoli appezzamenti. È viticoltura eroica nel significato più concreto del termine: i vigneti si sviluppano indicativamente tra 300 e 600 metri di altitudine, le lavorazioni sono quasi interamente manuali e le viti crescono sulle tradizionali pergole caremesi, sostenute dai caratteristici pilun in pietra che durante il giorno accumulano il calore del sole e lo restituiscono lentamente durante la notte. Il Nebbiolo, localmente presente soprattutto nel biotipo Picotendro o Picotener, è il protagonista assoluto, ma nei vecchi vigneti sopravvivono anche varietà storiche dell’Alto Piemonte come Neyret, Ner d’Ala, Pugnet e Vernassa, testimonianza di una viticoltura precedente alla moderna specializzazione varietale. I terreni sono sottili, rocciosi e ricchi di componenti minerali e ferrose, sviluppati sulle ripide pareti dell’anfiteatro alpino; l’altitudine, le importanti escursioni termiche e la ventilazione permettono al Nebbiolo di raggiungere maturazioni lente conservando acidità e una trama aromatica particolarmente fine. La conduzione dei vigneti è organica e l’approccio di Muraje cerca di ridurre gli interventi tanto in campagna quanto in cantina. Le uve vengono raccolte e selezionate manualmente, spesso in piccole cassette, mentre le fermentazioni partono spontaneamente grazie ai lieviti indigeni. Il cemento occupa un ruolo importante nelle vinificazioni e viene affiancato, secondo la cuvée, da tonneaux e barrique esauste: il legno viene quindi utilizzato come recipiente di affinamento e lenta ossigenazione, non per imprimere aromi di rovere. La fermentazione malolattica avviene naturalmente, l’impiego della solforosa rimane molto contenuto e diversi vini vengono imbottigliati senza filtrazione. Le quantità sono inevitabilmente minuscole: la produzione complessiva viene indicata intorno alle 4.500 bottiglie annue, un numero che rende immediatamente comprensibile la scala artigianale del progetto. La gamma è costruita come una lettura progressiva del territorio. Lasù offre un’interpretazione più immediata del Nebbiolo e delle varietà locali; Percia esplora il Nebbiolo attraverso una vinificazione rosata, mentre Fielura porta nel progetto l’Erbaluce e quindi il volto bianco della viticoltura dell’Alto Piemonte. Il cuore rimane però il Carema DOC, declinato attraverso Sumié, Patlù e la Riserva. Sumié nasce dal Nebbiolo Picotendro di vigne che raggiungono mediamente circa cinquant’anni di età: fermentazione spontanea in cemento, lunghe macerazioni e affinamenti tra legni esausti e cemento costruiscono un Carema nel quale la finezza del Nebbiolo alpino convive con una componente rocciosa e sapida particolarmente evidente. Patlù approfondisce ulteriormente la lettura delle parcelle, mentre la Riserva rappresenta l’espressione più ambiziosa e destinata all’evoluzione. Muraje è quindi molto più di una giovane cantina nata nel 2016: è un progetto di recupero territoriale costruito intorno a una denominazione minuscola e a un paesaggio che può sopravvivere soltanto attraverso un'enorme quantità di lavoro manuale. Federico e Deborah Santini hanno scelto di recuperare terrazzamenti, muri a secco, pergole e vecchie vigne invece di cercare superfici più semplici da coltivare, trasformando la difficoltà stessa di Carema nel centro della propria identità. Il Nebbiolo Picotendro rimane il filo conduttore, ma la presenza di Neyret, Ner d’Ala, Pugnet, Vernassa ed Erbaluce restituisce anche la complessità della viticoltura storica locale. Fermentazioni spontanee, cemento, legni esausti, basse solforose e assenza di filtrazioni invasive servono soprattutto a non cancellare questa origine. In una produzione di appena poche migliaia di bottiglie, ogni appezzamento recuperato assume quindi un valore che va oltre il vino: significa mantenere in piedi i muraje, continuare a utilizzare le antiche pergole e impedire che un pezzo dell’anfiteatro vitato di Carema venga inghiottito dal bosco. È proprio questa relazione inscindibile tra vino e conservazione del paesaggio a rendere Muraje una delle interpretazioni più autentiche e affascinanti della viticoltura eroica dell’Alto Piemonte.