SANTA BARBARA

OFFIDA DOCG PECORINO BIO 2024 - STEFANO ANTONUCCI

Precio normal €13,90 Precio rebajado€15,50ahorra €1,60

Abbinamenti, La freschezza e la struttura del Pecorino 2024 lo rendono particolarmente versatile con la cucina di mare. È ideale con crostacei, molluschi, tartare e carpacci di pesce, ma accompagna molto bene anche spaghetti alle vongole, risotti di mare e pesci alla griglia. La buona materia permette di abbinarlo a baccalà, calamari, fritture e preparazioni più saporite, mentre la componente fresca e leggermente speziata crea interessanti armonie con verdure, uova e carni bianche delicate. Molto riuscito con una ricciola scottata, un fritto misto dell’Adriatico oppure con un primo piatto ai crostacei.
Alcol, 13%
Annata, 2024
Denominazione, Offida DOCG
Filosofia, Biologico
Formato, 0.75 L
Giudizio 3k, 10/10
Regione, Marche (Italia)
Temperatura di servizio, 10/12°
Vitigni, Pecorino 100%

NOTE SENSORIALI:

L’Offida DOCG Pecorino Bio 2024 di Stefano Antonucci si presenta con un giallo paglierino brillante e luminoso. Il naso è immediato ma non semplice, con pesca bianca, pera e mela gialla che si intrecciano a scorza di agrumi, fiori bianchi ed erbe aromatiche. Con l’ossigenazione emergono sfumature più mature di frutta a polpa gialla, mandorla fresca e leggere sensazioni speziate, accompagnate da una piacevole impronta minerale. Al palato è pieno e deciso, con una struttura sorprendente per un bianco così giovane, sostenuta dalla naturale acidità del Pecorino e da una vena sapida che rende il sorso dinamico. La materia rimane compatta ma mai pesante, mentre la chiusura è asciutta, persistente e leggermente ammandorlata. Un Pecorino energico e territoriale, nel quale maturità del frutto, freschezza e sapidità trovano un equilibrio particolarmente riuscito.

CURIOSITÁ:

Il Pecorino 2024 nasce da uno dei vitigni bianchi più caratteristici dell’Italia centrale, varietà dalla maturazione precoce e dalla produttività naturalmente contenuta, che per molti anni era stata progressivamente abbandonata prima della sua riscoperta. Stefano Antonucci ne propone una versione biologica all’interno della DOCG Offida, lavorata con l’obiettivo di conservarne soprattutto freschezza e identità varietale. I terreni indicati dalla cantina sono di medio impasto, prevalentemente argillosi, con viti allevate a spalliera. La raccolta avviene precocemente, tra la fine di agosto e la prima settimana di settembre. In cantina le uve vengono sottoposte a pressatura soffice e il mosto fermenta in bianco a bassa temperatura con lieviti selezionati; dopo alcuni travasi, il vino viene imbottigliato senza filtrazione. Dietro Santa Barbara c’è Stefano Antonucci, che intorno al 1994 lasciò il lavoro in banca per tornare nel paese marchigiano di Barbara e trasformare la propria passione per il vino in uno dei progetti più riconoscibili della regione.

Santa Barbara

Santa Barbara è una delle realtà che hanno contribuito maggiormente a costruire un’immagine moderna e ambiziosa del vino marchigiano, e la sua storia è inseparabile dalla figura di Stefano Antonucci, personaggio eclettico che ha trasformato una passione personale in un progetto capace di valorizzare soprattutto il Verdicchio dei Castelli di Jesi. L’azienda nasce ufficialmente nel 1984 nel piccolo borgo di Barbara, in provincia di Ancona, ma la svolta decisiva arriva circa dieci anni più tardi, quando Antonucci sceglie di abbandonare definitivamente il proprio lavoro in banca per dedicarsi al vino. Nel 1994 ritorna così nel paese in cui era cresciuto – figlio di un fornaio e di un’insegnante elementare – con l’idea di trasformare la realtà vinicola familiare in una cantina costruita secondo una visione molto personale: partire dai vitigni e dalla cultura delle Marche, senza considerarne la tradizione come un limite alla sperimentazione.  Il progetto cresce fino a raggiungere oggi circa 40 ettari vitati, distribuiti sulle colline della provincia di Ancona e in particolare tra Barbara e l’area dei Castelli di Jesi; le vigne si sviluppano in una fascia geografica estremamente interessante, racchiusa tra il Mare Adriatico a est e gli Appennini a ovest, dove l’influenza marina incontra le correnti più fresche provenienti dall’interno. I terreni sono prevalentemente argillosi e le differenti esposizioni e altitudini consentono alla cantina di lavorare su un patrimonio varietale articolato. Il Verdicchio rimane inevitabilmente il grande protagonista e proprio attraverso questo vitigno Antonucci ha espresso alcune delle intuizioni più importanti della propria carriera. Le Vaglie ne rappresenta una lettura più immediata e territoriale, mentre Stefano Antonucci Bianco nasce dalla convinzione, inizialmente tutt’altro che scontata, che il Verdicchio possieda struttura e acidità sufficienti per sostenere fermentazione e affinamento in legno: le uve provengono da vigneti intorno ai 250 metri, esposti prevalentemente a est e sud-est, e dopo la vinificazione in acciaio il vino prosegue il proprio percorso in barrique francesi. Ancora differente è Tardivo ma non Tardo, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva diventato una delle etichette simbolo della casa e legato anche al progetto artistico e solidale sviluppato con Catia Uliassi, che realizza le etichette-opere destinate a questa cuvée; parte del ricavato viene destinata alla Fondazione Dr. Dante Paladini di Ancona. La sperimentazione di Antonucci non si è però mai fermata al Verdicchio. Montepulciano e Lacrima rappresentano l’altra anima profondamente marchigiana della proprietà, mentre Sauvignon Blanc, Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah testimoniano la volontà di confrontarsi anche con varietà internazionali. Pathos è probabilmente l’esempio più evidente di questa filosofia, mentre Stefano Antonucci Rosso riunisce Montepulciano, Merlot e Cabernet Sauvignon, vinificati separatamente secondo i differenti tempi di maturazione e successivamente affinati in barrique. Il punto centrale non è quindi la contrapposizione tra tradizione e modernità, ma la libertà di utilizzare tecniche e varietà differenti per costruire vini riconoscibili. Anche la cantina riflette questa identità: Santa Barbara ha sede nel borgo omonimo e parte delle strutture occupa ambienti storici legati a un antico monastero, creando un contrasto particolarmente efficace tra architettura del passato e una produzione che ha sempre cercato di guardare avanti. Oggi l’azienda produce nell’ordine delle 900.000 bottiglie annue e mantiene Stefano Antonucci al centro della propria identità, affiancato da una squadra tecnica dedicata alla gestione enologica e agronomica. È proprio la sua figura a spiegare meglio il percorso di Santa Barbara: Antonucci non nasce professionalmente come enologo o vignaiolo, ma arriva al vino dopo un’esperienza completamente diversa e costruisce la cantina attraverso viaggi, degustazioni, intuizioni e continue sperimentazioni. La sua idea dichiarata è sempre stata quella di produrre innanzitutto vini che lui stesso avrebbe voluto bere, mantenendo il territorio come punto di partenza ma senza sentirsi obbligato a replicarne rigidamente gli stili tradizionali. Santa Barbara rappresenta quindi una delle interpretazioni più dinamiche delle Marche contemporanee: il Verdicchio rimane il centro culturale ed enologico del progetto, ma viene declinato dall’acciaio al legno, dalle versioni più immediate alle riserve capaci di lunga evoluzione; Montepulciano e Lacrima mantengono vivo il patrimonio rosso regionale, mentre le varietà internazionali diventano strumenti di sperimentazione. È questa capacità di mettere insieme radici marchigiane, curiosità e una visione fortemente personale ad aver trasformato il percorso iniziato a Barbara negli anni Ottanta in una delle cantine più riconoscibili del territorio dei Castelli di Jesi.