CASTELLO DI LISPIDA
Castello di Lispida è una delle realtà più affascinanti e storicamente significative dei Colli Euganei, una tenuta situata ai piedi del colle di Lispida, nei pressi di Monselice, all’interno di un patrimonio di circa 90 ettari tra vigneti, uliveti, boschi e sorgenti termali. La storia del luogo precede di molti secoli quella della moderna azienda vinicola: già nel 1150 Papa Eugenio III confermava all’ordine monastico di Sant’Agostino il possesso del colle e della chiesa di Santa Maria di Ispida, mentre nei secoli successivi il monastero sviluppò un’importante attività agricola legata anche alla coltivazione della vite e dell’olivo. Dopo la fine dell’esperienza monastica, la proprietà passò alla famiglia Corinaldi, che trasformò progressivamente il complesso nell’imponente tenuta che conosciamo oggi, dotandola di grandi cantine e sviluppando una produzione vinicola capace di raggiungere anche i mercati europei. Il luogo possiede inoltre un'importante pagina di storia italiana: durante la Prima guerra mondiale il Castello di Lispida ospitò il quartier generale di Vittorio Emanuele III e divenne conosciuto anche come Villa Italia. Alla fine degli anni Cinquanta la vocazione vitivinicola della proprietà venne rilanciata attraverso nuovi impianti e il recupero di tecniche produttive tradizionali, ma la vera svolta contemporanea è legata ad Alessandro Sgaravatti, che ha trasformato Castello di Lispida in uno dei progetti pionieristici del vino naturale italiano. La filosofia parte da una concezione estremamente semplice: il vino deve essere il risultato dell’uva, del terreno e del tempo, con il minor numero possibile di interferenze. Nei vigneti non vengono utilizzati diserbanti né fertilizzanti chimici e il lavoro cerca di seguire i cicli naturali del terreno e della pianta, mentre in cantina fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, lunghi affinamenti e interventi ridotti diventano gli strumenti attraverso cui preservare il carattere della materia prima. Dal 2004 Castello di Lispida fa inoltre parte del movimento Triple “A”, nato per riunire Agricoltori, Artigiani e Artisti del vino accomunati da una visione lontana dalla standardizzazione enologica. Ma l’elemento che ha reso Lispida un riferimento assoluto è soprattutto il lavoro con le anfore. Alessandro Sgaravatti è stato infatti tra i primissimi produttori italiani contemporanei a recuperare l’antica tecnica georgiana della vinificazione nei qvevri, grandi recipienti di terracotta interrati nel terreno. L’incontro con questa cultura produttiva porta all’acquisto di anfore georgiane di differenti dimensioni, successivamente interrate nelle storiche cantine della proprietà. Le prime produzioni di Amphora Bianco e Amphora Rosso risalgono al 2001 e vengono presentate sul mercato nel 2003, collocando Castello di Lispida tra i veri pionieri italiani della rinascita della vinificazione in terracotta, quando l’anfora era ancora quasi completamente estranea al panorama enologico nazionale. Non si tratta però di utilizzare la terracotta come semplice elemento stilistico: l’anfora diventa uno strumento per fermentare e affinare il vino attraverso un rapporto prolungato con le bucce, mantenendo una naturale micro-ossigenazione e rinunciando a molte delle correzioni tipiche dell’enologia convenzionale. Amphora Bianco è una delle bottiglie simbolo della proprietà e nasce da uve bianche lavorate attraverso fermentazione e lunga macerazione in anfora, sviluppando una materia profonda, speziata e minerale, lontana dall’idea tradizionale di vino bianco costruito esclusivamente sulla freschezza aromatica. Amphora Rosso applica la stessa filosofia alle uve nere, con fermentazioni e macerazioni prolungate in qvevri seguite da lunghi affinamenti, dando origine a un vino materico, complesso e volutamente non standardizzato. Accanto alle due etichette simbolo, la gamma comprende Terralba, bianco di grande struttura e personalità, Montelispida, rosso proveniente anche da piante di oltre quarant’anni, Terraforte e H Bianco, interpretazioni differenti dello stesso patrimonio agricolo e della stessa filosofia produttiva. La cantina utilizza inoltre grandi tini e botti di legno, mantenendo un rapporto diretto con quei processi preindustriali che caratterizzavano la produzione vinicola prima dell’avvento della moderna tecnologia enologica. È proprio questa combinazione tra storia e sperimentazione a rendere Castello di Lispida una realtà difficilmente assimilabile alle altre cantine dei Colli Euganei. Da una parte esiste un luogo nel quale vite e olivo vengono coltivati da secoli, con un antico monastero, cantine monumentali e una proprietà agricola immersa in uno dei paesaggi più particolari del Veneto; dall’altra c’è la visione di Alessandro Sgaravatti, che molto prima dell’attuale diffusione degli orange wine e delle vinificazioni in terracotta aveva scelto di guardare alla Georgia e alle tecniche ancestrali come possibile futuro del vino artigianale italiano. Le anfore interrate, le lunghe macerazioni, le fermentazioni spontanee, l’assenza di diserbo e fertilizzanti chimici e il ridotto intervento in cantina non nascono quindi dall’esigenza di seguire una tendenza, ma da una ricerca iniziata quando questo linguaggio era ancora quasi sconosciuto in Italia. Castello di Lispida rappresenta oggi proprio questo incontro tra due tempi apparentemente lontanissimi: la storia agricola di un monastero medievale e una delle esperienze più innovative del vino naturale italiano contemporaneo. Una realtà nella quale la terracotta non è diventata un simbolo perché di moda, ma perché è stata scelta oltre vent’anni fa come strumento per riportare il vino a una dimensione più antica, essenziale e profondamente legata alla terra.