GIOTTO BINI

Giotto Bini è oggi il volto dell’Azienda Agricola Serragghia, una delle realtà più radicali e riconoscibili di Pantelleria, nata alla fine degli anni Novanta dall’intuizione del padre Gabrio Bini, architetto che negli anni Novanta si innamora dell’isola e decide di trasformare un luogo selvaggio in contrada Serragghia in un progetto agricolo completamente fuori dagli schemi. Inizialmente l’attività ruota anche intorno ai capperi, all’origano e agli altri prodotti dell’isola, ma progressivamente il vino diventa centrale e Gabrio sviluppa una filosofia ispirata a un’agricoltura senza forzature e a vinificazioni estremamente poco interventiste. Oggi è soprattutto Giotto a guidare il progetto, mantenendo viva l’impostazione originaria e trasformandola attraverso una sensibilità personale, creativa e profondamente legata a Pantelleria.  Serragghia lavora circa sei-sette ettari di vigneto in una delle condizioni viticole più estreme del Mediterraneo: vento costante, sole intenso, scarsità d’acqua, terrazzamenti, muretti a secco e suoli di origine vulcanica nei quali lava, sabbie, argille e ossidiana contribuiscono a costruire un ambiente unico. Le vigne possono raggiungere quote vicine ai 500 metri e alcune piante superano abbondantemente gli ottant’anni, con esemplari centenari ancora presenti. Lo Zibibbo, ovvero Moscato d’Alessandria, rappresenta naturalmente il vitigno simbolo, allevato secondo la tradizionale forma ad alberello pantesco, sviluppata nei secoli proprio per proteggere grappoli e vegetazione dalla violenza del vento. Accanto allo Zibibbo, però, Serragghia custodisce un patrimonio varietale sorprendentemente eterogeneo nel quale trovano spazio Pignatello, Catarratto, Carignano, Nerello Mascalese e persino Pinot Nero, oltre ad altre varietà utilizzate nelle diverse sperimentazioni del domaine. In vigna l’approccio è integralmente naturale e il lavoro manuale assume un’importanza inevitabile in un territorio nel quale meccanizzazione e agricoltura intensiva risultano quasi incompatibili con la morfologia del paesaggio. Storicamente anche i cavalli sono stati utilizzati per lavorare e concimare i terreni, cercando di mantenere un equilibrio agricolo nel quale vite, animali e vegetazione convivano senza l’utilizzo sistematico della chimica. Ma è soprattutto la cantina ad aver reso Serragghia celebre ben oltre Pantelleria. Gabrio e successivamente Giotto hanno scelto infatti di vinificare attraverso grandi anfore di terracotta spagnole interrate direttamente nel terreno, tra tufo e pietra lavica. Le fermentazioni partono spontaneamente grazie ai lieviti indigeni, le macerazioni sulle bucce possono essere lunghe e l’affinamento continua negli stessi contenitori, senza cercare di correggere o standardizzare il vino. La solforosa aggiunta viene evitata nelle interpretazioni più rappresentative e l’anfora non viene utilizzata come semplice elemento estetico o come richiamo archeologico, ma come vero recipiente di fermentazione ed élevage: l’interramento mantiene naturalmente stabile la temperatura, mentre la porosità della terracotta permette una lenta interazione con l’ossigeno senza apportare gli aromi tipici del legno. Lo Zibibbo Serragghia è probabilmente il vino che sintetizza meglio questa filosofia: Moscato d’Alessandria vinificato completamente secco, fermentato spontaneamente sulle bucce e affinato in anfora, capace di trasformare la naturale aromaticità del vitigno in un profilo molto più complesso, salino, tannico e mediterraneo. Non è quindi la dolcezza del tradizionale Passito di Pantelleria a essere ricercata, ma una lettura secca nella quale macerazione, vento, mare e suolo vulcanico diventano parte integrante del carattere del vino. Rosso Fanino rappresenta un’altra delle bottiglie simbolo ed è costruito sull’incontro tra Pignatello e Catarratto, unendo quindi uve rosse e bianche in una vinificazione che sfugge alle classificazioni più convenzionali. Cicala porta invece lo Zibibbo nel mondo della rifermentazione e delle bollicine, mentre le numerose microproduzioni e selezioni permettono a Giotto di esplorare varietà decisamente inattese per Pantelleria: Pinot Nero, Carignano, Nerello Mascalese e persino Savagnin diventano strumenti attraverso i quali osservare il comportamento della vite in un ambiente vulcanico, arido e continuamente esposto alle correnti marine. Serragghia non è infatti una cantina costruita intorno a un disciplinare o alla volontà di replicare ogni anno uno stile identico, ma un progetto agricolo nel quale sperimentazione e libertà rappresentano elementi fondamentali. Le produzioni sono inevitabilmente limitate e alcune cuvée raggiungono quantità quasi artigianali, mentre l’assenza di manipolazioni correttive rende ogni vendemmia particolarmente legata alle condizioni dell’annata. Giotto ha raccolto dal padre non soltanto vigne e anfore, ma soprattutto un modo di interpretare Pantelleria: non cercare di addomesticare un'isola estrema, ma permettere che siano proprio vento, sole, vulcano e mare a determinare il carattere del vino. È questo a rendere Giotto Bini e Serragghia difficilmente assimilabili a qualsiasi altra realtà siciliana: vecchi alberelli di Zibibbo, varietà quasi improbabili per l’isola, agricoltura naturale, fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni e anfore interrate nel terreno costituiscono gli strumenti di una produzione volutamente indipendente. Da un progetto iniziato da Gabrio per amore di Pantelleria è nata così una delle esperienze più originali del vino naturale italiano, oggi custodita e sviluppata da Giotto con la stessa libertà creativa: vini che non cercano semplicemente di rappresentare un vitigno, ma di trasferire in bottiglia il carattere irripetibile e selvaggio di Serragghia.