BAROLO DOCG "CASTELLETTO" 2015 - GIANNI GAGLIARDO
Abbinamenti, La profondità raggiunta dal Castelletto 2015 richiede piatti importanti ma non necessariamente eccessivamente grassi. È magnifico con brasato al Barolo, guancia di manzo, arrosti di vitello, agnello e selvaggina, ma trova una naturale sintonia anche con tajarin al ragù, agnolotti del plin e risotti ai porcini. Le note balsamiche, di tabacco e spezie permettono abbinamenti particolarmente raffinati con tartufo bianco d’Alba e funghi, mentre la trama tannica ormai evoluta accompagna magnificamente Castelmagno e tome piemontesi di lunga stagionatura.
Alcol, 14,5%
Annata, 2015
Denominazione, Barolo DOCG
Filosofia, Tradizionale
Formato, 0.75 L
Giudizio 3k, 10/10
Regione, Piemonte (Italia)
Temperatura di servizio, 18/20°
Vitigni, Nebbiolo 100%
NOTE SENSORIALI:
Il Barolo DOCG “Castelletto” 2015 di Gianni Gagliardo si presenta oggi con un rosso granato luminoso e profondo. Il naso è maturo ma ancora energico, con ciliegia essiccata, ribes nero e piccoli frutti scuri che si intrecciano a fiori appassiti, menta ed erbe officinali. Con l’ossigenazione emergono liquirizia, tabacco, cedro, spezie dolci e leggere sensazioni balsamiche, mentre il frutto conserva una notevole definizione nonostante l’evoluzione. Al palato è ricco e profondo, con una trama tannica articolata e ancora presente, ma ormai perfettamente integrata nella struttura. La freschezza tipica del vigneto Castelletto dona tensione e slancio a un sorso maturo e polposo, evitando qualsiasi sensazione di pesantezza. Il finale è molto lungo, asciutto e leggermente austero, con ritorni di ciliegia, liquirizia, erbe balsamiche e spezie. Un Barolo evoluto ma ancora vitale, capace di unire la forza di Monforte a grande precisione aromatica.
CURIOSITÀ:
Castelletto è una MGA di Monforte d’Alba e rappresenta uno dei cru più importanti nella produzione della famiglia Gagliardo. La parcella aziendale è esposta a est, intorno ai 250 metri, su terreni argillosi ricchi di calcare e poveri di sostanza organica, impostazione che favorisce maturazioni relativamente lente e vini caratterizzati da freschezza e verticalità. Il Castelletto debuttò come Barolo cru con l’annata 2013; il 2014 non venne prodotto, rendendo il 2015 soltanto la seconda uscita della selezione. Proprio il 2015 fu realizzato in quantità estremamente limitata: appena 2.677 bottiglie. La documentazione specifica dell’annata indica una macerazione breve, intorno ai 12 giorni, seguita dalla malolattica e da circa 32 mesi in un’unica botte grande da 25 ettolitri. Il 2015 fu inoltre un millesimo caldo e asciutto, con uve Nebbiolo perfettamente mature e sane, ma Castelletto riuscì a conservare quell’energia e quella tensione che caratterizzano naturalmente il versante di Monforte.
Gianni Gagliardo +
Gianni Gagliardo è una di quelle cantine che raccontano molto bene l’evoluzione delle Langhe: una storia lunga, partita dalla terra, cresciuta insieme al Barolo e arrivata oggi a una lettura estremamente precisa dei suoi cru. Le origini risalgono al 1847 con la famiglia Colla, inizialmente a Santo Stefano Belbo, poi a Diano d’Alba e infine a La Morra. È qui che Paolo Colla, nato nel 1913, realizza il suo grande sogno: nel 1961 acquista una cascina con vigneto nella zona di Serra dei Turchi e comincia finalmente a produrre Barolo. La storia cambia nel 1972, quando sua figlia Marivanna sposa Gianni Gagliardo, giovane originario del Roero. Paolo trasmette al genero esperienza e passione e Gianni entra progressivamente nell’attività, trasformando nel 1974 quello che era ancora un imbottigliamento quasi familiare in una vera produzione commerciale. Dopo la morte di Paolo, nel 1981, Gianni prende definitivamente in mano la cantina e nel 1986 la Casa Vinicola Paolo Colla diventa Gianni Gagliardo. Da quel momento inizia una crescita costruita soprattutto attraverso l’acquisizione di vigneti: non semplicemente più ettari, ma parcelle scelte in alcuni dei punti più interessanti della denominazione Barolo. Oggi la famiglia possiede dieci appezzamenti dedicati al Barolo distribuiti in cinque comuni, La Morra, Barolo, Monforte d’Alba, Serralunga d’Alba e Verduno, con vigne in MGA straordinarie come Serra dei Turchi, Fossati, Monvigliero, Mosconi, Castelletto e Lazzarito, dove si trova la Vigna Preve. È proprio questa distribuzione a rendere il progetto particolarmente interessante, perché permette di vedere quanto il Nebbiolo possa cambiare spostandosi anche di pochi chilometri: dalla maggiore eleganza di La Morra alla profondità di Monforte, dalla struttura di Serralunga alla finezza di Verduno. Il Barolo Gianni Gagliardo nasce infatti dall’unione di otto parcelle situate nei cinque comuni, normalmente vinificate separatamente e assemblate soltanto successivamente; è quasi una fotografia complessiva della denominazione, con La Morra storicamente al centro ma mai da sola. Parallelamente vengono prodotte interpretazioni molto più precise delle singole MGA: Serra dei Turchi rappresenta il luogo da cui tutto è cominciato, Monvigliero racconta uno dei grandi terroir di Verduno, Fossati quello di Barolo, Mosconi e Castelletto mostrano due anime differenti di Monforte, mentre Lazzarito Vigna Preve porta il Nebbiolo nel cuore di uno dei cru più importanti di Serralunga d’Alba. Negli ultimi anni la famiglia ha ulteriormente approfondito questa lettura introducendo anche i Barolo comunali di La Morra e Monforte, quest’ultimo nato dall’unione di due vigneti molto diversi: uno più caldo e capace di dare volume e profondità, l’altro più fresco, teso e aromatico. In cantina l’approccio rimane fondamentalmente tradizionale, ma senza rigidità: ogni vigneto viene interpretato secondo le proprie caratteristiche e il legno viene utilizzato per accompagnare il Nebbiolo, non per coprirlo. È interessante ricordare che Gianni, già alla fine degli anni Ottanta, quando in Piemonte iniziava la stagione delle barrique, preferì orientarsi verso tonneaux da 500 e 700 litri, cercando un rapporto più equilibrato tra vino e rovere. Oggi il lavoro continua con vinificazioni separate e affinamenti calibrati sulle differenti selezioni, mantenendo come obiettivo eleganza, equilibrio e capacità di invecchiamento. Ma ridurre Gagliardo soltanto al Barolo sarebbe sbagliato, perché il Roero appartiene profondamente alla storia personale di Gianni. Quando entra in azienda negli anni Settanta, mentre molti produttori della zona iniziano a puntare sull’Arneis, sceglie di recuperare la Favorita, varietà allora quasi dimenticata e geneticamente legata al Vermentino. Nasce così Fallegro, diventato negli anni uno dei vini simbolo della cantina e testimonianza di quanto Gianni abbia sempre avuto curiosità anche al di fuori del Nebbiolo. Nel Roero la famiglia lavora inoltre Arneis, Nebbiolo e Barbera, sfruttando quei terreni più giovani, sabbiosi e meno calcarei rispetto alle Langhe, capaci di dare vini generalmente più fragranti e fini. Oggi accanto a Gianni lavorano i figli Stefano, Alberto e Paolo, che rappresentano la nuova generazione e stanno portando avanti il progetto con una sensibilità sempre più concentrata sul vigneto, sulle singole MGA e sulla sostenibilità. Nel 2017 la famiglia ha inoltre acquisito Tenuta Garetto ad Agliano Terme, ampliando il proprio lavoro alla Barbera e al territorio del Nizza DOCG, ma il cuore della cantina rimane a Serra dei Turchi, a La Morra. Quello che mi piace particolarmente di Gianni Gagliardo è proprio la capacità di essere cresciuto senza perdere il filo della propria storia: dal primo vigneto acquistato da Paolo Colla nel 1961 si è arrivati a un patrimonio che attraversa alcuni dei cru più importanti del Barolo, ma ogni parcella continua a essere considerata per quello che realmente è. Non c’è la volontà di rendere Mosconi simile a Monvigliero o Lazzarito simile a Fossati; al contrario, il lavoro serve a far emergere quelle differenze. Ed è probabilmente questo il modo migliore per leggere oggi Gianni Gagliardo: non soltanto come una storica cantina di La Morra, ma come una famiglia che attraverso le generazioni ha costruito una vera collezione di terroir piemontesi, dal Barolo al Roero fino al Nizza, mantenendo il Nebbiolo e la capacità di interpretare il territorio come centro assoluto del progetto.