CHIANTI CLASSICO DOCG 2022 - CASTELLO DEI RAMPOLLA
Abbinamenti, Ideale con pappardelle al cinghiale, bistecca alla fiorentina, arrosti, brasati, agnello, selvaggina, pecorino toscano stagionato e piatti della grande tradizione toscana.
Alcol, 13,5%
Annata, 2022
Denominazione, Chianti Classico DOCG
Filosofia, Tradizionale
Formato, 0.75 L
Giudizio 3k, 10/10
Regione, Toscana (Italia)
Temperatura di servizio, 16/18°
Vitigni, Sangiovese 88%, Cabernet Sauvignon 6%, Merlot 6%
NOTE SENSORIALI:
Nel calice si presenta con un intenso rosso rubino brillante. Il bouquet è raffinato e complesso, con profumi di ciliegia, amarena, ribes rosso e prugna, accompagnati da eleganti note di viola mammola, erbe mediterranee, tabacco, pepe nero, liquirizia e leggere sfumature balsamiche, perfettamente integrate con il frutto. Al palato è vibrante, armonioso e di grande precisione. La freschezza tipica del Sangiovese sostiene una trama tannica fine e ben cesellata, mentre la marcata sapidità dona slancio e profondità al sorso. Il finale è lungo, elegante e persistente, con continui richiami ai frutti rossi, alle spezie e alla componente minerale che caratterizza i grandi vini di Panzano.
CURIOSITÁ:
Il Chianti Classico 2022 di Castello dei Rampolla è una delle interpretazioni più autentiche e prestigiose del territorio di Panzano in Chianti, dove la famiglia Di Napoli Rampolla produce vini di riferimento seguendo una rigorosa filosofia biodinamica. Da oltre trent'anni la tenuta è impegnata nella valorizzazione del territorio attraverso pratiche agricole rispettose dell'ambiente, fermentazioni spontanee e un approccio produttivo essenziale, che permette a ogni annata di esprimere con precisione il carattere del vigneto. La cuvée è composta prevalentemente da Sangiovese, affiancato da una piccola percentuale di Merlot e Cabernet Sauvignon, provenienti da vigneti coltivati sui tipici terreni di galestro e alberese situati tra i 360 e i 500 metri di altitudine. Dopo la raccolta manuale, le uve fermentano spontaneamente con lieviti indigeni in vasche di cemento. Il vino affina successivamente per circa 12 mesi in botti e tonneaux di rovere, seguito da un ulteriore periodo di riposo in bottiglia, raggiungendo un perfetto equilibrio tra energia, eleganza e profondità.
Castello Dei Rampolla +

Castello dei Rampolla è una delle aziende che hanno segnato più profondamente l’evoluzione moderna del Chianti Classico, capace prima di rompere con alcune convenzioni della denominazione e successivamente di diventare una delle realtà pioniere della biodinamica in Toscana. La proprietà si trova a Panzano in Chianti, nella celebre Conca d’Oro, anfiteatro naturale esposto prevalentemente a sud e caratterizzato da terreni ricchi di marne e calcare. Le terre appartengono alla famiglia di Napoli Rampolla dal 1739, ma la storia vitivinicola contemporanea comincia nel 1965, quando Alceo di Napoli Rampolla eredita l’azienda Santa Lucia in Faulle e, insieme alla moglie Livia Borgia e ai quattro figli, decide di trasformare la tradizionale proprietà agricola in una realtà orientata alla produzione di grandi vini. La prima vigna viene impiantata nel 1968 e con la vendemmia 1975 arriva il primo Chianti Classico imbottigliato direttamente. Alceo possiede però una visione decisamente anticonvenzionale per l’epoca: affascinato dal Cabernet Sauvignon, sceglie di introdurlo in un territorio dominato dal Sangiovese e, con la collaborazione di Giacomo Tachis, sviluppa un vino capace di unire le due varietà. Nasce così Sammarco, la cui prima bottiglia viene presentata nel 1980 e che diventerà una delle etichette simbolo della rivoluzione qualitativa toscana. Nel 1991 viene impiantata la Vigna d’Alceo, vigneto ad altissima densità rivolto a sud, con Cabernet Sauvignon allevato ad alberello a pochi centimetri dal terreno; da questa ricerca nascerà D’Alceo, prodotto per la prima volta nel 1996 attraverso Cabernet Sauvignon e Petit Verdot e destinato a diventare una delle espressioni più prestigiose dell’azienda. Dopo Alceo, sono i figli Maurizia e Luca di Napoli Rampolla a imprimere alla proprietà una seconda trasformazione ancora più radicale. Nel 1994 comincia infatti la conversione alla biodinamica, quando questo approccio era praticamente sconosciuto nel Chianti Classico e ancora lontanissimo dal diventare un tema centrale della viticoltura italiana. L’idea parte da una concezione molto precisa: l’uomo non deve considerarsi proprietario assoluto della terra, ma parte dell’ecosistema e custode temporaneo della sua vitalità. Nei vigneti vengono quindi eliminati i prodotti chimici di sintesi, si diffondono sovescio e inerbimento, si favoriscono fiori, erbe spontanee e insetti e si utilizzano preparati biodinamici dinamizzati attraverso particolari flowforms. I trattamenti sono basati principalmente su rame, zolfo, propoli e preparazioni vegetali, mentre negli ultimi anni l’azienda ha ulteriormente approfondito l’agricoltura rigenerativa attraverso infusi di ortica ed equiseto e altri prodotti di origine naturale. Anche la meccanizzazione viene affrontata con la stessa sensibilità: vengono privilegiate macchine molto leggere, in parte elettriche, per ridurre compattamento del terreno, rumore e impatto sull’ecosistema. La densità dei vigneti può raggiungere 8.000-10.000 piante per ettaro e le rese per singola vite rimangono estremamente contenute, favorendo competizione radicale e concentrazione naturale delle uve. La stessa ricerca continua in cantina, dove Castello dei Rampolla ha progressivamente ridotto l’intervento enologico e soprattutto il ruolo del legno nuovo, sperimentando materiali differenti per accompagnare il vino senza modificarne il carattere. Nel 2008 iniziano le prove con le anfore realizzate nella vicina Impruneta, territorio storicamente celebre per la lavorazione della terracotta; successivamente entrano in cantina anche ceramica, cocciopesto e altri contenitori inerti. Nel 2010 nasce Sangiovese di Santa Lucia, vinificato interamente in anfora e senza aggiunta di solfiti, una delle espressioni che meglio raccontano l’evoluzione contemporanea della proprietà. Le macerazioni possono essere lunghe, generalmente nell’ordine di 25-30 giorni, mentre gli affinamenti vengono modulati secondo vino e vendemmia. La gamma rappresenta perfettamente le diverse fasi della storia aziendale: il Chianti Classico racconta il legame originario con Panzano e il Sangiovese; Sammarco conserva la grande intuizione di Alceo e l’incontro tra tradizione chiantigiana e Cabernet Sauvignon; D’Alceo rappresenta invece l’unione simbolica tra le due generazioni, perché utilizza Cabernet Sauvignon e Petit Verdot secondo la visione di Alceo ma nasce da uve coltivate secondo la biodinamica introdotta da Maurizia e Luca. A queste bottiglie si sono aggiunte interpretazioni ancora più libere come Sangiovese di Santa Lucia, Liù e Bianco di Santa Lucia, attraverso le quali l’azienda continua a sperimentare macerazioni, anfore e materiali differenti. Castello dei Rampolla rappresenta quindi un caso raro nella storia del vino italiano perché è riuscito a essere rivoluzionario in due epoche differenti. Negli anni Settanta Alceo sfida le consuetudini del Chianti Classico introducendo il Cabernet Sauvignon e affidandosi alla sensibilità di Giacomo Tachis; dagli anni Novanta Maurizia e Luca mettono invece in discussione l’agricoltura convenzionale, convertendo la proprietà alla biodinamica e spingendo progressivamente la cantina verso vinificazioni sempre meno invasive. In entrambi i casi l’obiettivo rimane però lo stesso: interpretare la Conca d’Oro senza immobilizzarla dentro una formula. Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, alte densità d’impianto, biodiversità, sovescio, anfore di Impruneta, cocciopesto e riduzione della solforosa sono diventati nel tempo strumenti differenti di una ricerca iniziata da Alceo nel 1965 e mai realmente conclusa. Dietro vini diventati iconici come Sammarco e D’Alceo rimane così una delle proprietà più originali di Panzano in Chianti, capace di dimostrare come tradizione e sperimentazione non siano necessariamente opposte: Castello dei Rampolla ha costruito la propria identità proprio continuando a cambiare, mantenendo come unico punto fermo la vitalità della terra e la volontà di lasciare che sia il vigneto della Conca d’Oro a determinare il carattere del vino.