MARCHE IGT PASSERINA BIO 2024 - STEFANO ANTONUCCI
Abbinamenti, La freschezza e la sapidità della Passerina 2024 la rendono particolarmente versatile a tavola. È ideale con antipasti di mare, carpacci e tartare di pesce, crostacei, molluschi e fritti leggeri, ma accompagna molto bene anche spaghetti alle vongole, risotti di mare e primi piatti alle verdure. La struttura agile la rende piacevole con branzino, orata e pesci al vapore o alla griglia, oltre che con preparazioni a base di uova e formaggi freschi. Ottima anche con verdure in tempura, frittate alle erbe o una semplice insalata di mare.
Alcol, 12%
Annata, 2024
Denominazione, Marche IGT
Filosofia, Biologico
Formato, 0.75 L
Giudizio 3k, 10/10
Regione, Marche (Italia)
Temperatura di servizio, 10/12°
Vitigni, Passerina 100%
NOTE SENSORIALI:
La Marche IGT Passerina Bio 2024 di Stefano Antonucci si presenta con un giallo paglierino brillante, attraversato da giovani riflessi verdolini. Il naso è fresco e immediato, con pera croccante, mela verde e scorza di limone che si intrecciano a fiori bianchi, erbe aromatiche e leggere sfumature di pesca. Con qualche minuto nel calice emerge una delicata componente minerale, accompagnata da sensazioni di mandorla fresca e agrumi. Al palato è agile, fragrante e molto scorrevole, sostenuto da un’acidità vivace che dona energia al sorso senza renderlo tagliente. La struttura rimane volutamente leggera, mentre una piacevole vena sapida acquista progressivamente spazio e accompagna la parte fruttata fino alla chiusura. Il finale è pulito e di buona persistenza, con ritorni agrumati, floreali e leggermente ammandorlati. Una Passerina diretta e gastronomica, costruita sulla freschezza e sulla nitidezza del frutto.
CURIOSITÁ:
Questa Passerina nasce sulle colline marchigiane di Barbara, in provincia di Ancona, nell’area compresa tra i fiumi Misa e Nevola e a circa 25 chilometri dal Mare Adriatico. È ottenuta da Passerina in purezza, coltivata in biologico a circa 200 metri di altitudine su terreni argillosi di medio impasto, con esposizione nord-ovest e allevamento a cordone speronato. In cantina Stefano Antonucci sceglie una lavorazione essenziale: la vinificazione avviene interamente in serbatoi di acciaio, senza passaggi in legno, proprio per preservare il carattere fragrante e la naturale freschezza del vitigno. Il 2024 raggiunge 12% vol. e rappresenta una delle etichette biologiche della gamma Santa Barbara. Dietro la cantina c’è Stefano Antonucci, che dopo un’esperienza professionale nel settore bancario tornò a Barbara intorno alla metà degli anni Novanta per dedicarsi completamente al vino, costruendo negli anni uno stile personale capace di alternare interpretazioni ambiziose del Verdicchio a vini più immediati e territoriali come questa Passerina.
Santa Barbara +

Santa Barbara è una delle realtà che hanno contribuito maggiormente a costruire un’immagine moderna e ambiziosa del vino marchigiano, e la sua storia è inseparabile dalla figura di Stefano Antonucci, personaggio eclettico che ha trasformato una passione personale in un progetto capace di valorizzare soprattutto il Verdicchio dei Castelli di Jesi. L’azienda nasce ufficialmente nel 1984 nel piccolo borgo di Barbara, in provincia di Ancona, ma la svolta decisiva arriva circa dieci anni più tardi, quando Antonucci sceglie di abbandonare definitivamente il proprio lavoro in banca per dedicarsi al vino. Nel 1994 ritorna così nel paese in cui era cresciuto – figlio di un fornaio e di un’insegnante elementare – con l’idea di trasformare la realtà vinicola familiare in una cantina costruita secondo una visione molto personale: partire dai vitigni e dalla cultura delle Marche, senza considerarne la tradizione come un limite alla sperimentazione. Il progetto cresce fino a raggiungere oggi circa 40 ettari vitati, distribuiti sulle colline della provincia di Ancona e in particolare tra Barbara e l’area dei Castelli di Jesi; le vigne si sviluppano in una fascia geografica estremamente interessante, racchiusa tra il Mare Adriatico a est e gli Appennini a ovest, dove l’influenza marina incontra le correnti più fresche provenienti dall’interno. I terreni sono prevalentemente argillosi e le differenti esposizioni e altitudini consentono alla cantina di lavorare su un patrimonio varietale articolato. Il Verdicchio rimane inevitabilmente il grande protagonista e proprio attraverso questo vitigno Antonucci ha espresso alcune delle intuizioni più importanti della propria carriera. Le Vaglie ne rappresenta una lettura più immediata e territoriale, mentre Stefano Antonucci Bianco nasce dalla convinzione, inizialmente tutt’altro che scontata, che il Verdicchio possieda struttura e acidità sufficienti per sostenere fermentazione e affinamento in legno: le uve provengono da vigneti intorno ai 250 metri, esposti prevalentemente a est e sud-est, e dopo la vinificazione in acciaio il vino prosegue il proprio percorso in barrique francesi. Ancora differente è Tardivo ma non Tardo, Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva diventato una delle etichette simbolo della casa e legato anche al progetto artistico e solidale sviluppato con Catia Uliassi, che realizza le etichette-opere destinate a questa cuvée; parte del ricavato viene destinata alla Fondazione Dr. Dante Paladini di Ancona. La sperimentazione di Antonucci non si è però mai fermata al Verdicchio. Montepulciano e Lacrima rappresentano l’altra anima profondamente marchigiana della proprietà, mentre Sauvignon Blanc, Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah testimoniano la volontà di confrontarsi anche con varietà internazionali. Pathos è probabilmente l’esempio più evidente di questa filosofia, mentre Stefano Antonucci Rosso riunisce Montepulciano, Merlot e Cabernet Sauvignon, vinificati separatamente secondo i differenti tempi di maturazione e successivamente affinati in barrique. Il punto centrale non è quindi la contrapposizione tra tradizione e modernità, ma la libertà di utilizzare tecniche e varietà differenti per costruire vini riconoscibili. Anche la cantina riflette questa identità: Santa Barbara ha sede nel borgo omonimo e parte delle strutture occupa ambienti storici legati a un antico monastero, creando un contrasto particolarmente efficace tra architettura del passato e una produzione che ha sempre cercato di guardare avanti. Oggi l’azienda produce nell’ordine delle 900.000 bottiglie annue e mantiene Stefano Antonucci al centro della propria identità, affiancato da una squadra tecnica dedicata alla gestione enologica e agronomica. È proprio la sua figura a spiegare meglio il percorso di Santa Barbara: Antonucci non nasce professionalmente come enologo o vignaiolo, ma arriva al vino dopo un’esperienza completamente diversa e costruisce la cantina attraverso viaggi, degustazioni, intuizioni e continue sperimentazioni. La sua idea dichiarata è sempre stata quella di produrre innanzitutto vini che lui stesso avrebbe voluto bere, mantenendo il territorio come punto di partenza ma senza sentirsi obbligato a replicarne rigidamente gli stili tradizionali. Santa Barbara rappresenta quindi una delle interpretazioni più dinamiche delle Marche contemporanee: il Verdicchio rimane il centro culturale ed enologico del progetto, ma viene declinato dall’acciaio al legno, dalle versioni più immediate alle riserve capaci di lunga evoluzione; Montepulciano e Lacrima mantengono vivo il patrimonio rosso regionale, mentre le varietà internazionali diventano strumenti di sperimentazione. È questa capacità di mettere insieme radici marchigiane, curiosità e una visione fortemente personale ad aver trasformato il percorso iniziato a Barbara negli anni Ottanta in una delle cantine più riconoscibili del territorio dei Castelli di Jesi.