CALAFATA
Calafata nasce nel 2011 sulle colline di Lucca come cooperativa agricola e sociale, un progetto nel quale la viticoltura diventa strumento di recupero non soltanto della terra, ma anche delle persone. Tutto prende forma dall’incontro con Lorenzo Citti e dalla possibilità di riportare in produzione vecchi vigneti della Maolina, nel Morianese, che rischiavano di essere abbandonati: da quella prima esperienza, sostenuta anche dalla Caritas diocesana di Lucca, si sviluppa una realtà capace di coniugare agricoltura, inclusione lavorativa e tutela del paesaggio. Il nome richiama gli antichi mastri calafati, gli artigiani che riparavano le imbarcazioni restituendo loro la possibilità di tornare in mare, una metafora perfetta della filosofia della cooperativa. Oggi Calafata coltiva circa otto ettari di vigneto nelle colline lucchesi seguendo fin dall’inizio i principi dell’agricoltura biologica e biodinamica, all’interno di un territorio caratterizzato da suoli argillosi, marne calcaree e una notevole presenza di scheletro. Nei vecchi impianti convivono le varietà tradizionali della zona: Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo e Colorino per i rossi, Trebbiano, Vermentino, Malvasia e piccoli Moscati per i bianchi, insieme ad altre uve storicamente presenti nelle vigne miste della Lucchesia. Majulina e Gronda rappresentano probabilmente le espressioni più emblematiche del progetto e nascono anche da parcelle con viti che raggiungono e superano i settant’anni. In cantina l’approccio rimane volutamente essenziale: fermentazioni spontanee, macerazioni in mastelli o acciaio, interventi ridotti al minimo e affinamenti che possono avvenire in acciaio, cemento oppure in legni di diverse dimensioni, sempre usati e mai invasivi. Ne derivano vini dalla forte impronta territoriale, energici, gastronomici e poco costruiti, capaci di raccontare una Lucchesia lontana dagli stereotipi della Toscana più conosciuta. Calafata è però qualcosa di più di una cantina: attraverso il recupero di vigneti, oliveti e terreni agricoli abbandonati e l'inserimento lavorativo di persone provenienti da situazioni di fragilità, ha costruito negli anni un modello nel quale qualità, sostenibilità e responsabilità sociale diventano parti inseparabili dello stesso modo di fare agricoltura.