Valter Mattoni è uno dei vignaioli più personali e fuori dagli schemi delle Marche, un produttore capace di trasformare una piccolissima realtà di Castorano, sulle colline dell’Ascolano, in un progetto riconoscibile per carattere, autenticità e assoluta libertà espressiva. Nato nel 1960 e conosciuto da tutti con il soprannome di “Roccia”, Valter non nasce professionalmente come vignaiolo: il suo mestiere è quello del decoratore, mentre il vino appartiene alla dimensione familiare fin dall’infanzia. Il nonno Nazzareno produceva il proprio vino, così come l’altro nonno Giuseppe e successivamente il padre Gaspare, secondo quella tradizione contadina nella quale la vigna, l’olio e gli animali facevano parte dello stesso sistema agricolo. Valter decide semplicemente di non interrompere questa storia e progressivamente trasforma una produzione domestica in qualcosa di estremamente personale. Il punto di svolta arriva nel 2000 con la nascita di Arshura, il vino destinato a diventare il simbolo assoluto della cantina. Il nome deriva dal dialetto ascolano e richiama l’“arsura”, una sete quasi ancestrale che per Mattoni diventa metafora del desiderio, della vita e della propria inesauribile passione. Arshura nasce esclusivamente da Montepulciano coltivato a Castorano, intorno ai 300 metri di altitudine, in un paesaggio collinare dal quale lo sguardo arriva fino all’Adriatico. I vigneti sono pochi ettari e comprendono vecchie piante di Montepulciano, Trebbiano, Sangiovese e una piccola presenza di Bordò, nome locale con cui viene identificato un biotipo appartenente alla famiglia del Grenache. I terreni alternano componenti argillose, sabbiose e alluvionali e le vecchie vigne mantengono le basse densità d’impianto tipiche della viticoltura locale precedente agli anni Novanta. Il lavoro agricolo è volutamente essenziale: vigneti inerbiti, nessun ricorso sistematico alla chimica di sintesi, rese estremamente contenute e una selezione severissima della materia prima. In alcune parcelle la quantità raccolta può scendere nell’ordine dei 25-30 quintali per ettaro, livelli che consentono a Valter di portare in cantina uve concentrate e perfettamente mature senza dover ricorrere alla surmaturazione. Anche la vendemmia viene affrontata senza seguire formule prestabilite: è l’assaggio dell’uva a stabilire il momento della raccolta e l’obiettivo rimane ottenere maturità fenolica, intensità e sostanza mantenendo però il vino completamente secco. In cantina l’approccio conserva la stessa immediatezza. Le fermentazioni sono spontanee, affidate ai lieviti presenti naturalmente sulle uve, le macerazioni possono essere lunghe e raggiungere anche circa 25 giorni e gli affinamenti vengono modulati secondo vino e annata. Acciaio, cemento e soprattutto barrique usate diventano strumenti di lavoro e non elementi attraverso cui costruire artificialmente uno stile. Arshura rimane il manifesto della produzione: Montepulciano in purezza, potente e profondamente mediterraneo, prodotto fin dalle origini in pochissime migliaia di bottiglie. È un rosso capace di unire frutto scuro, spezie, erbe, materia e una componente balsamica molto marcata, ma soprattutto possiede quella personalità rustica e contemporaneamente precisa che è diventata la firma di Mattoni. Attorno ad Arshura è nata nel tempo una piccola costellazione di vini altrettanto personali. Cosecose mette al centro il Sangiovese; Trebbien è dedicato al Trebbiano e mostra il volto bianco della cantina; Rossomatò e le interpretazioni legate al Bordò esplorano invece una delle varietà più curiose presenti nei vecchi vigneti di Castorano, mentre Quiss amplia ulteriormente la ricerca sui bianchi. I nomi stessi raccontano bene il carattere di Valter: nessuna volontà di costruire un'immagine austera o accademica, ma etichette e parole che sembrano provenire direttamente dalle conversazioni, dal dialetto e dalla vita quotidiana. La produzione complessiva rimane minuscola, nell’ordine di poche migliaia di bottiglie per singola etichetta e di circa diecimila bottiglie nelle stime complessive più recenti, dimensione che permette a Valter di continuare a seguire personalmente praticamente ogni operazione. È proprio questo aspetto a rendere la sua cantina difficile da ricondurre alle categorie tradizionali. Mattoni non ha costruito un progetto enologico partendo da un disciplinare, da una strategia commerciale o dalla volontà di aderire al movimento del vino naturale: ha semplicemente trasformato il vino contadino della propria famiglia in un linguaggio personale, mantenendo fermentazioni spontanee, rese bassissime, vecchie vigne e interventi ridotti perché sono gli strumenti che considera più coerenti con la propria idea di vino. Il soprannome “Roccia” finisce così per descrivere perfettamente tanto l’uomo quanto le bottiglie: dirette, potenti, istintive e prive di compromessi. A Castorano, tra l’Appennino e l’Adriatico, Valter Mattoni continua a produrre vini in quantità quasi irrilevanti rispetto ai numeri della viticoltura moderna, ma proprio questa dimensione gli consente una libertà difficilmente replicabile. Arshura, Trebbien, Cosecose, Quiss e le piccole selezioni di Bordò non cercano di rappresentare uno stile marchigiano universale: raccontano semplicemente la terra, le vecchie vigne e soprattutto la personalità di chi le coltiva. Ed è questa coincidenza quasi totale tra vignaiolo e vino ad aver reso Valter Mattoni una delle figure più autentiche e immediatamente riconoscibili della viticoltura artigianale marchigiana.
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