DIDIER GRAPPE
Didier Grappe è uno di quei vignaioli che mi piacciono perché dietro ai vini c’è una storia vera e soprattutto un’idea molto chiara di come si debba lavorare la terra. Siamo a Saint-Lothain, pochi chilometri a sud di Poligny, nel Jura, dove Didier crea il proprio domaine all’inizio degli anni Duemila dopo essersi formato al Lycée Viticole di Beaune. Non nasce all’interno di una grande proprietà già avviata: costruisce il progetto poco alla volta, recuperando anche terreni rimasti senza vigna per decenni e arrivando oggi a lavorare poco più di 4 ettari, una dimensione minuscola che gli permette di seguire personalmente praticamente tutto. Le parcelle principali, Champs Rouge, Novelin e Longefin, si trovano intorno al paese e poggiano sui classici terreni giurassiani ricchi di marne rosse e grigie e componenti argillo-calcaree, capaci di regalare ai vini quella tensione, quella sapidità e quella sensazione quasi pietrosa che personalmente cerco nei vini del Jura. Chardonnay e Savagnin sono i vitigni principali, affiancati da Poulsard, Trousseau e Pinot Noir, ma negli ultimi anni Didier ha iniziato a lavorare anche varietà ibride come Léon Millot e Seyve-Villard, coerentemente con una visione sempre più libera e indipendente dalle regole delle denominazioni. La conversione all’agricoltura biologica inizia nel 2007 e oggi il domaine è certificato bio, ma limitarsi a definirlo “biologico” racconta poco di quello che fa realmente: niente diserbanti o chimica di sintesi, lavorazioni superficiali dei terreni, preparati e infusi vegetali, rese volutamente contenute e un rapporto con la vigna basato più sull’osservazione che sulla ricerca della produttività. In cantina il concetto diventa ancora più radicale. Le fermentazioni partono spontaneamente con i lieviti indigeni e Didier evita enzimi, acidificazioni, tannini enologici, chiarifiche e filtrazioni; molte delle sue vinificazioni vengono realizzate senza aggiunta di solforosa. Non cerca quindi di correggere il vino per farlo rientrare in un modello preciso, ma accetta che annata, vitigno e parcella possano dare risultati diversi. È una cosa che trovo particolarmente interessante perché nei suoi vini il naturale non diventa mai una scusa: l’obiettivo rimane quello di ottenere vini puliti, tesi e leggibili, lasciando però che mantengano la propria personalità. Anche la scelta di utilizzare il tappo a vite dal 2018 nasce da questo pragmatismo: dopo alcuni problemi con il sughero Didier decide semplicemente di eliminarne il rischio, senza preoccuparsi delle convenzioni estetiche. La produzione attraversa praticamente tutta la tradizione del Jura, ma spesso reinterpretandola a modo suo. Chardonnay e Savagnin possono essere vinificati ouillé, mantenendo le botti colme per evitare l’ossidazione, oppure sous voile, lasciando che il vino sviluppi quella componente ossidativa tipica della regione. Novelin è una delle sue interpretazioni storiche dello Chardonnay, mentre Longefin e Champs Rouge permettono di leggere differenti espressioni del Savagnin. Les Insouciantes riunisce invece varietà rosse e bianche in un vino leggero e succoso, mentre Pif Purple e altre micro-cuvée mostrano la sua curiosità verso i vitigni ibridi. Didier non ha mai abbandonato neppure le grandi tradizioni jurassiane: ha prodotto Vin Jaune, Vin de Paille, Macvin e Crémant, dimostrando che lavorare in maniera naturale non significa necessariamente rinnegare la storia del territorio. Negli ultimi anni ha però scelto di uscire per una parte importante della produzione dal sistema delle denominazioni, imbottigliando diversi vini come Vin de France e accettando persino di non poter riportare in etichetta alcuni nomi dei vitigni storici del Jura. È probabilmente questo l’aspetto che racconta meglio Didier Grappe: non è interessato a fare qualcosa perché in quel momento è di moda o perché il mercato lo richiede. Se una regola gli sembra incompatibile con il vino che vuole produrre, preferisce rinunciare alla denominazione piuttosto che cambiare il vino. Oggi anche il figlio Jules è entrato nel progetto, aprendo una nuova fase per un domaine che resta comunque piccolissimo e profondamente artigianale. In poco più di vent’anni Didier ha costruito una delle realtà più personali di Saint-Lothain, lavorando Chardonnay, Savagnin, Poulsard, Trousseau, Pinot Noir e varietà dimenticate con una libertà rara. Sono vini che non cercano la perfezione costruita o l’omologazione, ma energia, tensione e soprattutto identità. Ed è proprio questo che mi interessa di Didier Grappe: quando apro una sua bottiglia non ho la sensazione di bere semplicemente “un vino naturale del Jura”, ma il vino di una persona che ha scelto consapevolmente di fare le cose a modo suo, accettandone fino in fondo anche i rischi.